MOZIONE CONCERNENTE INIZIATIVE IN MATERIA DI RIFORMA DELLA POLITICA AGRICOLA COMUNE (PAC)

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CAMERA DEI DEPUTATI

La Camera,
premesso che:
la politica agricola comune (PAC) è uno degli impegni comunitari di maggiore rilevanza strategica ed economica, la politica comune in campo agricolo è prevista espressamente dal Trattato delle Comunità;
il Trattato di Roma, all’articolo 2, afferma, infatti, che la Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche. Nel trattato si precisava che per raggiungere tale scopo era necessario:
a) abolire i dazi doganali tra gli Stati membri;
b) istituire tariffe doganali e politiche commerciali nei confronti degli Stati terzi;
c) eliminare gli ostacoli tra gli Stati membri di capitali, servizi e persone;
d) instaurare una politica comune nel settore dei trasporti e in quello dell’agricoltura;
e) creare un fondo sociale europeo e una Banca europea, per promuovere gli investimenti;
la politica agricola comune sin dall’origine si era prefissata due principali obiettivi:
a) soddisfare gli agricoltori grazie al cosiddetto prezzo di intervento. Si stabiliva, cioè, in sede comunitaria un prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli. Il prezzo delle produzioni non poteva scendere al di sotto di questo;
b) orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva (limitando i fattori della produzione, aumentando lo sviluppo tecnologico e utilizzando delle migliori tecniche agronomiche);
questo meccanismo ha mostrato nel tempo un difetto di fondo: l’obiettivo della garanzia ha finito per prevalere su quello dell’orientamento, favorendo da parte delle aziende agricole una tendenza ad accontentarsi del profitto garantito dai prezzi di intervento e dai prelievi tariffari. Questa tendenza ha comportato una costante mancanza di propensione all’ammodernamento;
sulla scorta dell’esperienza maturata, dagli anni ’90 in poi, progressivamente, si è cominciato a dare sempre più applicazione al cosiddetto sistema delle quote di produzione, in modo da garantire agli agricoltori un livello minimo dei prezzi dei prodotti e di ripartire equamente tra i vari Paesi comunitari una quota di produzione garantita;
nel 2003 si è avuta poi una profonda riforma della politica agricola comune, che di certo ha costituito un momento chiave della sua evoluzione, adattandola alle nuove esigenze degli agricoltori, dei consumatori e del pianeta;
da ultimo, dal mese di aprile 2010 fino a quello di giugno 2010, su iniziativa di Dacian Ciolos, il Commissario europeo responsabile dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, si è sviluppato un dibattito pubblico sul futuro della politica agricola comune. Secondo il Commissario europeo: «La politica agricola europea non è un dominio riservato ai soli agricoltori. È la società intera a beneficiare di questa politica comune europea, che investe aree come l’alimentazione, la gestione dei territori e la protezione dell’ambiente»;
in un contesto globale in rapida evoluzione, si è oggi di fronte ad un panorama particolarmente complesso; se da una parte, infatti, si registra il raddoppio della domanda alimentare, contemporaneamente dall’altra si deve affrontare la diminuzione costante di risorse naturali meno terra da coltivare, meno acqua e, soprattutto, meno energia a causa dell’impatto del cambiamento climatico;
come ha ricordato George Lyon nella discussione tenutasi giovedì 8 luglio 2010 al Parlamento europeo: «Se non affrontiamo la questione, possiamo aspettarci una grave destabilizzazione, un aumento dei rivolgimenti popolari e problemi potenzialmente significativi a livello di migrazione internazionale perché la gente si sposta per evitare penuria di cibo e acqua»;
i flussi migratori sono già oggi, in buona parte, determinati da un evidente squilibrio nel consumo delle risorse naturali ed ancora di più delle tecnologie necessarie per utilizzarle. I Paesi emergenti ed anche molti di quelli del «terzo mondo», denunciano i sostegni economici che quelli più avanzati mettono a disposizione dei propri comparti agricoli, imputando, proprio a questi sostegni, una delle ragioni principali del mantenimento del gap internazionale;
a tale riguardo si sono spesso manifestate contraddizioni lampanti. Non è con un approccio ideologicamente antiglobalizzazione che si può governare la complessa realtà che si ha di fronte. Spesso sono stati invocati aiuti ai Paesi poveri dagli stessi che contemporaneamente proponevano, in nome dell’antiglobalizzazione, sostegni economici a produzioni agricole tipiche dei Paesi più sviluppati. Non è così che si può governare la situazione presente, la globalizzazione impone un’analisi seria ed approfondita, pone di fronte sfide complesse, che devono essere affrontate responsabilmente. Il sostegno al comparto agricolo dei Paesi più industrializzati e, nel contempo, una gestione delle risorse che tenga conto dei margini di sviluppo dei Paesi emergenti sono possibili e possono essere messi in atto solo con la necessaria gradualità; per governare il presente è necessario focalizzare un percorso virtuoso di sviluppo sostenibile a livello planetario;
in questa ottica le riforme della politica agricola comune sono state realizzate anche per rendere il commercio mondiale più equo, ad esempio riducendo il rischio di creare distorsioni sui mercati con le sovvenzioni concesse dall’Unione europea per l’esportazione della produzione eccedentaria. Nel cosiddetto ciclo di negoziati di Doha per la liberalizzazione degli scambi internazionali, l’Unione europea ha proposto di sopprimere integralmente le sovvenzioni all’esportazione entro il 2013 anche in caso di fallimento dei negoziati;
affrontare il cambiamento climatico e rendere la nostra produzione agricola più sostenibile sono obiettivi di primaria importanza, passaggi indispensabili se si vuole continuare a garantire la sicurezza alimentare dei cittadini europei e contribuire a rispondere a una domanda mondiale di cibo in costante aumento;
il processo di aggiornamento del sistema di sostegno allo sviluppo agricolo prosegue con costanza, la Commissione europea ha pubblicato il 18 novembre 2010 la comunicazione «La politica agricola comune (PAC) verso il 2020. Rispondere alle sfide future dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio». Tre sono stati gli obiettivi principali delineati:
a) produzione alimentare economicamente redditizia (la fornitura di derrate alimentari sicure e in quantità sufficienti in un contesto di crescente domanda mondiale, di crisi economica e di maggiore instabilità dei mercati per contribuire alla sicurezza dell’approvvigionamento);
b) gestione sostenibile delle risorse naturali e azione a favore del clima (gli agricoltori devono spesso far prevalere le considerazioni ambientali su quelle economiche, ma i relativi costi non vengono compensati dal mercato);
c) mantenimento dell’equilibrio territoriale e della diversità delle zone rurali (l’agricoltura resta un motore economico e sociale di grande importanza nelle zone rurali e un fattore fondamentale per mantenere in vita la campagna);
in particolare, con riguardo ai pagamenti diretti, la comunicazione sottolinea l’importanza di ridistribuire, riformulare e rendere più mirato il sostegno, sulla base di criteri oggettivi ed equi, facilmente comprensibili per il contribuente. I nuovi criteri dovrebbero essere sia economici (data la funzione di «sostegno al reddito» propria dei pagamenti diretti) che ambientali (per tener conto dei beni di pubblica utilità forniti dagli agricoltori) e il sostegno dovrebbe essere maggiormente orientato verso gli agricoltori attivi. Secondo la Commissione europea, andrebbe organizzata una distribuzione più equa dei fondi, in modo fattibile sotto il profilo economico e politico, prevedendo un margine di transizione per evitare gravi perturbazioni;

la Commissione europea presenterà entro l’estate del 2011 una comunicazione sul futuro della politica agricola comune, che si assocerà al progetto preliminare sulle prospettive finanziarie per il periodo 2014-2020, sempre da presentare entro la medesima scadenza. Entro il 2012 si arriverà poi all’approvazione dei relativi testi di legge;
alla fine di questo percorso i contenuti della nuova politica agricola comune dovranno comunque fare riferimento e coordinarsi nel quadro complessivo della strategia «Europa 2020», definita dal Consiglio europeo del 17 giugno 2010;
in questo quadro non appare coerente sostenere di ridistribuire le risorse della politica agricola comune in base a criteri esclusivamente legati alla superficie, perché ciò non premierebbe la qualità che deve invece caratterizzare le coltivazioni. La ricerca costante dell’aumento della qualità deve, infatti, caratterizzare la produzione agricola dei Paesi più industrializzati;
inoltre, appare inaccettabile l’ipotesi di ridurre il budget della politica agricola comune; va ricordato, infatti, che il bilancio della politica agricola comune, che costituiva il 65 per cento del bilancio comunitario nel 1988, oggi rappresenta solo il 34 per cento del totale,

impegna il Governo:

a valutare, con riferimento alle possibili modifiche del sistema dei pagamenti diretti, l’impatto che tali cambiamenti comporterebbero per il nostro Paese, evitando soluzioni troppo radicali e repentine che potrebbero danneggiare diverse imprese agricole italiane, con gravi conseguenze anche occupazionali;
a sostenere, in sede comunitaria, strategie finalizzate a incentivare il sistema agroalimentare italiano, promuovendo investimenti finalizzati allo sviluppo della qualità del settore agroalimentare;
a fare in modo che le modifiche ai criteri di ripartizione dei fondi destinati alla politica agricola comune tengano conto di fattori fondamentali, oltre quello della superficie, come l’impatto occupazionale, il valore aggiunto e la qualità della produzione;
a promuovere, in sede comunitaria, lo sviluppo degli strumenti necessari per migliorare il raccordo ed il funzionamento delle filiere, fattore determinante per il comparto agricolo italiano, valorizzando anche l’esperienza maturata negli ultimi anni dai nostri produttori ortofrutticoli, in modo da remunerare adeguatamente la fase produttiva agricola, primo anello fondamentale di qualsiasi filiera agroalimentare;
a favorire, a livello comunitario, il rafforzamento delle politiche mirate allo sviluppo delle nuove generazioni di agricoltori, legandole, in particolare, all’innovazione del settore e all’introduzione di incentivi mirati a favorire la dotazione di capitali fissi e l’accesso al credito;
ad investire anche a livello nazionale nello sviluppo della qualità della produzione del settore agricolo, premiando le produzioni di pregio e valorizzando le sue potenzialità occupazionali;
a promuovere l’introduzione nella nuova politica agricola comune, anche in previsione del progressivo smantellamento dei vecchi sistemi di intervento di mercato non più compatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, di adeguati strumenti di gestione del rischio di mercato, a garanzia del reddito degli agricoltori;
ad assumere ogni iniziativa affinché la proposta di riforma della politica agricola comune presentata dalla Commissione europea, nella sua organizzazione in due pilastri, superi con decisione gli attuali problemi di sovrapposizione e demarcazione tra gli strumenti di intervento disponibili, la cui gestione rappresenta un inutile onere sia per la pubblica amministrazione che per gli agricoltori.
(1-00547)
«Beccalossi, Baldelli, Biava, Catanoso, De Camillis, De Girolamo, Di Caterina, Dima, D’Ippolito Vitale, Faenzi, Gottardo, Muro, Nastri, Nola, Romele, Paolo Russo, Taddei, Ruvolo».

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